ROMA – Sono le 19.09 quando Fabio Rampelli, presidente di turno, legge il risultato del voto: “Votanti 375, favorevoli 187, contrari 188. La Camera respinge”. Il boato delle opposizioni è così forte che arriva in Transatlantico: l’emendamento della maggioranza su cui Giorgia Meloni ha messo la faccia è stato bocciato. Per un solo voto, ma tant’è. “Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude- scrive la premier sui social- la scena dell’opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto”.
Al centrodestra mancano una trentina di voti. Scatta subito la caccia al franco tiratore, sinonimo di traditore, figura mitologica ‘arruolata’ nel gergo politico dagli anni Cinquanta. “Andateli a cercare in Forza Italia e Lega”, grida Laura Ravetto, appena passata con Vannacci in Futuro Nazionale. I primi a uscire sono Salvatore Caiata (FdI), imbufalito, e Igor Taruffi (Pd) che abbraccia chiunque gli capiti a tiro. Le opposizioni festeggiano in Transatlantico, in cortile, in piazza Montecitorio, dove chiedono a Meloni di dimettersi. Esce dall’aula il ministro Pichetto Fratin, sguardo perso. E’ crisi di governo? “Mah… è la democrazia… ora vediamo che succede”.
Sospetti incrociati, accuse nemmeno sussurrate: “I vannacciani hanno votato contro, non c’è dubbio”, dice Maurizio Lupi. Forza Italia è in fibrillazione, qualcosa non ha funzionato. In mattinata Antonio Tajani aveva riuniti i gruppi parlamentari.
“Non è un voto decisivo”, aveva confidato, dando indicazione di approvare l’emendamento. Qualcosa, sospettano gli alleati, gli deve essere scivolato tra le mani. Subito dopo il voto si rifugia dietro una colonna sulla soglia dell’aula per parlare con alcuni dei sui deputati: Pagano, Orsini, Benigni. “Noi avevamo due assenti giustificatissimi- racconta Orsini- Cannizzaro è a fare il sindaco, Bergamini è inviata di Forza Italia al summit del Ppe a Madrid. Le giustificazioni degli altri io non le ho viste…”.
La Lega contava otto assenti. “Non ho motivo di pensare che i franchi tiratori siano tra noi”, smentisce il capogruppo Riccardo Molinari. Inizia invece a circolare l’ipotesi che, aiutate dal segreto, tante deputate si siano vendicate contro un emendamento che complicava assai l’alternanza di genere. “Ma non è vero- dice l’azzurra Catia Polidori- abbiamo votato tutte dei sub-emendamenti e siamo sempre andate sotto di una trentina di voti, quindi…”. E allora chi è stato? “Fanno finta di essere tristi, ma son tutti felici”.Nel frattempo Tajani sparisce in fretta nella sala del governo. Passa il ministro Tommaso Foti: “Che poi quell’emendamento non è che cambiasse di molto la legge- ammette- però è successo qualcosa, non cambia un voto in più o in meno”.
Si avvicina Lupi: “Mancano tanti voti, sicuro i vannacciani hanno votato contro”. E Foti: “Hanno imparato da voi della Prima Repubblica, dicono una cosa e ne fanno un’altra”. Domenico Furgiuele detta un’agenzia: “Noi abbiamo la coscienza pulita”.
Su un divanetto c’è Matilde Siracusano, sottosegretaria ai Rapporti col Parlamento, che consulta tabelle, numeri, presenze. Orsini consulta il telefono. Una deputata di Forza Italia lo stuzzica, tra il serio e il faceto: “Possiamo sempre votare l’emendamento Ziello sulle preferenze”. Il “magnifico emendamento”, a sentire Ravetto in aula. Orsini sgrana gli occhi: “Ci manca solo che votiamo l’emendamento di Futuro Nazionale. Non lo capite? Vannacci è una costruzione della sinistra”.
Alla buvette Michele Gubitosa, vicepresidente del Movimento Cinquestelle, offre prosecchi. Passa Marta Fascina, l’ultima lady Berlusconi, non proprio una assidua frequentatrice del Parlamento. E’ venuta a votare, ma forse lo rimpiange. “Ma non c’è l’aria condizionata qui? Fa un caldo orribile, ma come fate?”.
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