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Una Tosca marmorea coi “colori” di Vincenzo Costanzo

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Applausi a scena aperta per il tenore napoletano che ha inaugurato la stagione lirica del Maggio Musicale Fiorentino, il quale ha offerto calore e passione ad una regia, firmata da Massimo Popolizio, unitamente alla direzione musicale, di Michele Gamba che lo ha “legato”, in particolare nel primo atto. Nella Roma del ventennio, le incongruenze col libretto si sono toccate con mano. Applausi per la ringiovanita orchestra, per lo Scarpia di Alexey Markov e per la Diva di Chiara Isotton. Il baritono russo non si è presentato al ricevimento post-prima per protesta contro la cancellazione del gala della Svetlana Zakharova e Vadim Repin del 20 gennaio, a causa delle dimostranze ucraine

E’ strano, direbbe Violetta alla visione di una istituzione così prestigiosa, quale è il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, della inaugurazione della lirica, con la ripresa della Tosca di Giacomo Puccini, già presentata all’LXXXVI festival, firmata dal regista Massimo Popolizio.

Protagonisti la bellunese Chiara Isotton nel ruolo del titolo e il tenore Vincenzo Costanzo in quello del Cavaliere Mario Cavaradossi, già apprezzato in una recita di due anni fa, con il baritono russo Alexey Markov in quello di Scarpia e sul podio Michele Gamba.

Allestimento stile Littorio, idea trita e ritrita, basta citare solo due nomi, Jonathan Miller del 1986, nella Roma occupata dai nazisti, quella di Roma città aperta di Rossellini e di Pier Luigi Pizzi alle Terme di Caracalla nel 2013, linguaggio monumentale, greve, anni ’30 che mescolava il razionalismo moderno, ovvero linee pulite, funzionalità, con elementi classici e imperiali romani, archi, colonne, simmetria, per esprimere la potenza e la grandezza del regime, attraverso opere pubbliche imponenti e scenografiche, con architetti chiave come Marcello Piacentini, con la chiesa di Sant’Andrea della Valle, trasformata in un contenitore funeratizio, marmoreo in bianco e nero, ad evocare la cappella universitaria della Divina Sapienza, costruita, poi, nel ’50, con il suo contrafforte, simbolo dell’architetto del regime, con la cappella Attavanti in cima ad una scala, in seguito immaginata a livello del terreno, una chiave che “vola”, e non si trova, ma questa è un’altra opera, lo studio di Scarpia, con tanto di radio per ascoltare la cantata di Palazzo Farnese, magari da uno studio di Palazzo Venezia o dal Palazzo dell’Aeronautica, ricco di innovazioni, e un inimmaginabile Castel Sant’Angelo, se non per la sagoma dell’Arcangelo Michele che, quasi si affaccia tra le mura della prigione, che dà su di un cortiletto, dove sarà poi freddato Cavaradossi da un colpo alla nuca, come si deve al traditore, come fu del Conte Ciano, non del “Conte Palmieri”, spazio in cui poco prima giocano i bambini, in modo da risolvere alla meglio il canto del pastorello.

Infinite le incongruenze con il libretto, che si svolge in era napoleonica, con Cavaradossi giacobino e volterriano, Angelotti console della spenta repubblica romana, per non parlare delle linee di regia dettate con fine punta da incisore dallo stesso Giacomo Puccini e puntualmente tradite.

Idee registiche nulle, se non, forse, l’abbraccio di Scarpia all’inginocchiatoio e un plauso lo si deve al trovarobe per gli oggetti di scena, del secondo atto, il teschio con raggiera, simbolo mutuato dagli Arditi, le unità d’assalto italiane della Prima Guerra Mondiale, ripreso dal fascismo, in particolare dalle Camice Nere e dalla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e due statuette di Boccioni, punto di riferimento del movimento artistico e politico futurista che permise alla pianta del Fascismo di germogliare in Italia e di alimentarsi per oltre due decenni.

La regia monumentale, “pesante”, con le scenografie di Margherita Palli, le luci di Pasquale Mari, per la ripresa di Paola Rota, quanto il font d’epoca sul sipario, con le scene  ha bloccato sia la gestualità degli interpetri (incredibile un Vincenzo Costanzo Cavaradossi che non sfiora Tosca nel primo atto, per poi abbandonarsi sulle sue ginocchia nel secondo quadro, quindi ritagliare per sé una passionale Lucevan le stelle e finalmente, prendere nelle sue le “Dolci mani” di Tosca), che la direzione di Michele Gamba, alla testa di un’orchestra ringiovanita e molto attenta, in tutte le sezioni, con lodi a tutte le percussioni che caratterizzano il Barone, alla quale possiamo solo ricordare di fare attenzione ad accordare con l’organo, che si è assisa su tempi lenti, orfana di quegli incendi convulsi o di quelle le sfibratezze necessarie, con i violini che sembrano lacerarsi nella seta e i legni che trasaliscono alludendo a soffocazione, ma senza mai essere soffocati – caratteristiche di una bacchetta, alla quale siamo, oramai da vent’anni abituati, quella di Daniel Oren – che ha posto un po’ nelle ambasce i cantanti, sovrastandoli e, praticamente esautorandoli nei forti, in particolare Tosca e Cavaradossi nel duetto del primo atto.

Ha voce importante Chiara Isotton, acuti sicuri e registro medio-grave, fascinoso, da lirico-drammatico, il “Vissi d’arte” strappapplausi, con l’ultima perorazione al Signor mozzata di netto, ma ci sta, siamo nel ‘900, una Diva- non diva, però, rigida nella recitazione, che musicalmente è venuta bene fuori, solo dopo il celebrato “Vissi d’arte”.

Vincenzo Costanzo è Cavaradossi sopra e fuori il palcoscenico, d’altra parte è la creazione artistica specchio dell’anima. Il Cavaliere ha decisamente dominato sull’intero cast, con la sua capacità di donarci un melos percepibile nota per nota, nella sua profilatura, quasi fosse uno strumento ad arco a suonare, con la parola pronunciata nitidamente e morbidamente, dagli acuti, “facili”, per i quali non ci sta da stare in ansia e i gravi pieni e bronzei. Nella famosa scena della tortura del secondo atto, ha unito una veemenza interpretativa davvero notevole, culminante in un Sib sul “Vittoria”, cantato accosciato, e barcollante, di finissima fattura, quanto la commovente interpretazione di “E Lucevan le stelle”, impreziosita dal cesello sulla parola “disciogliea”.

Scarpia è un perfetto Alexey Markov, anche con qualche tratto fisico di Herbert Kappler, il capo della Gestapo e delle SS a Roma, per questo allestimento. Il Te Deum è stato ben interpetrato, anche con quella sottolineatura, non da tutti, sul “si annida”, ma il vero Barone, l’altro volto di Scarpia, non è arrivato, la sua evoluzione, la mutazione che ha da trascendere totalmente nel corso della vicenda, accecato dalla passione, diventando l’essere viscido che verrà ucciso da Tosca, non è pervenuta.

Tecnicamente soddisfacenti i comprimari. Mattia Denti, quale Cesare Angelotti, Matteo Torcaso, il sagrestano, Oronzo D’Urso, Spoletta, Huigang Liu, Sciarrone e Carlo Cigni, un carceriere. Bene il pastorello, Angelique Becherucci. Si riascolterà questo cast ancora il 16 e il 18 gennaio, mentre le repliche del 15 e del 17 saluteranno protagonisti Marta Mari interpreterà, con Bror Magnus Tødenes nei panni di Cavaradossi e Claudio Sgura nel ruolo del Barone.

Calorosissimi applausi per tutti e fastoso brindisi per l’inaugurazione della nuova stagione con il soprintendente Carlo Fuortes, il casting manager Giovanni Vitale, i due cast e tanti prestigiosi ospiti. Assente Alexey Markov per protesta contro la cancellazione del gala della Svetlana Zakharova e Vadim Repin “Pas de deux for toes and fingers” del 20 e 21 gennaio, a causa delle dimostranze ucraine.

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